Perché 2015 Milano non ha raggiunto le aspettative preventivate?

Perché 2015 Milano non ha raggiunto le aspettative preventivate?

È a tutti evidente che l’Expo 2015 è stata un mezzo flop, sia in termini di visitatori che in termini d’affari e d’immagine. L’invasione di turisti cinesi preventivata non si è materializzata, forse perché il lavoro di canalizzazione di quel particolare turismo non è stato fatto in maniera organica da parte dell’Ambasciata d’Italia a Pechino e di tutti i nostri consolati sparsi per la Cina e a Hong Kong, nonché dagli uffici di cultura, dall’ICE, dalla Rai e via dicendo.

Si è fatto un fai da te disordinato, senza una regia centralizzata e infatti in Cina nessuno sapeva dell’Expo di Milano e parlo qui con cognizione di causa.

Facile parlare ora, dirà qualcuno, eppure questo lo avevo già scritto in un articolo uscito sul Secolo d’Italia – un giornale che nessuno legge, leggeva, né tantomeno comprava, pubblicato mercoledì 12 dicembre 2007 a pagina 9, che s’intitolava:

 

“Milano copi Londra, non Shanghai.”

 

Iniziavo lamentando che il sindaco di Milano Letizia Moratti non aveva voluto incontrare il Dalai Lama in visita a Milano, perché temeva l’ostilità cinese nell’assegnazione dell’Expo a Milano, e poi continuavo notando:

 

«Crediamo, però, che le sue preoccupazioni (della Moratti) siano eccessive: questa decisione verrà presa da un ente inter-governativo francese, chiamato Bureau International des Expositions (Bie), una sorta di fossile ottocentesco, che ha la funzione di regolare la cadenza di certe manifestazioni espositive internazionali.

 

L’Italia ne fa parte, pagando ogni anno la propria quota associativa. Ma a differenza di quanto accade per giochi olimpici o per i mondiali di calcio, il nome World Expo non è brevettato e ogni Paese, in teoria, potrebbe usarlo.

 

Infatti nel 1964 gli Stati Uniti organizzarono una propria World Expo, a New York, senza richiedere la benedizione di Parigi.

 

Non solo, ma a partire dal 2001, dopo che per due anni il Congresso aveva rifiutato di ratificare il pagamento dei contributi annuali alla Bie, il segretario di Stato Colin Powell sanzionò l’uscita definitiva del proprio Paese da questa pseudo organizzazione internazionale.

EXPO Milano 2015

L’edizione del 2000 fu tenuta ad Hannover, in Germania e fu un fiasco clamoroso: arrivò a far notizia soprattutto per il fatto che la municipalità tedesca si ritrovò con un buco da 1 miliardo di dollari: avevano preventivato 40 milioni di spettatori, ma se ne presentarono soltanto 18 milioni. L’edizione del 2005 si svolse ad Aichi, in Giappone, non riuscite a trovarla sul mappamondo? Neppure noi.

 

Quella del 2008 si terrà a Saragozza in Spagna. L’edizione del 2010, invece, è stata data a Shanghai.

E sapete chi erano gli altri illustri concorrenti a quell’ambito traguardo?

 

Yeosu, nella Corea del Sud e Queretaro in Messico. E, anche qui, comprendiamo tutte le difficoltà del lettore in materia di geografia. Yeosu, non doma, tornò all’assalto aggiudicandosi l’edizione speciale del 2012, battendo sul filo di lana Wroclaw e Tangeri.

 

Ora, capiamo i motivi dell’interesse manifestato da Shanghai nell’accaparrarsi questa esibizione, un po’ meno quelli di Milano. Questo genere di manifestazioni sono le tenaglie che usa il partito comunista cinese per rafforzare la propria presa sul potere: servono solo per fini propagandistici.

 

Non a caso, già da qualche anno, ogni capo di Stato che passa per Shanghai, vien portato a vedere il progresso dei lavori per l’Expo 2010 e gli vengono promessi contratti per partecipare alla realizzazione degli impianti e per gli sviluppi successivi.

 

Vedendo tutto quel fervore edilizio, alcuni statisti tornano a casa con l’idea che si tratti di qualche cosa di molto importante, pur non capendo bene di che si tratti.

 

A questa regola non era sfuggito neppure Romano Prodi quando, nel settembre 2006, aveva visitato i padiglioni che stanno sorgendo lungo il fiume Huangpu e che, una volta completati, accoglieranno quei 70 milioni di visitatori che hanno già messo in preventivo.

 

Sappiamo che i milioni per i cinesi non sono assolutamente un problema, ma i soldi che non entreranno in cassa invece lo sono. E infatti le previsioni per la fiera di Shanghai parlano già di una perdita netta di circa 3 miliardi di dollari, ma con il 40 percento coperto dal governo e il resto da banche e sponsor privati, gli organizzatori possono dormire sonni tranquilli.

 

Questo genere di circhi hanno fatto il loro tempo, oggi non servono più a mostrare ciò che un Paese produce, perché per saperlo basta fare una ricerca in internet.

 

Gli operatori di ciascun settore non ne hanno bisogno, mentre ai turisti non interessa girare per questi caravanserragli: per questo motivo votano con i propri piedi, disertandole. Questo può spiegare perché il numero dei visitatori è sempre al di sotto delle aspettative degli organizzatori e spiega perché, alla fine, il bilancio va scritto con l’inchiostro rosso e non con quello nero.

 

Crediamo che Milano non ne abbia bisogno e che dovrebbe, piuttosto, prendere esempio da città come Londra e New York, non da Shanghai e da Yeosu. Il sindaco dovrebbe agevolare una trasformazione di questa città da centro industriale a centro per i servizi avanzati, impegnandosi a far funzionare bene i mezzi di trasporto, snellire la burocrazia, abbassare le tasse e pagare meglio chi lavora.

 

Milano va sviluppata in senso culturale, artistico e dello stile di vita. Non servono più queste grandi fiere, nate nell’Ottocento per vellicare l’orgoglio nazionalistico del popolo: è meglio investire in risorse per rendere pulite e sicure le strade.

Milano ha bisogno di essere guidata da un sindaco visionario, aperto alle nuove istanze civili che scuotono il mondo…»

 

Questo è quanto scrivevo e che ancora sottoscrivo.

 

Uno dei maggiori problemi causati dalle varie Expo è l’utilizzo dei padiglioni a fine fiera, basta vedere cosa è successo a Saragozza e a Shanghai, dove si vedono dei paesaggi desolanti, dei veri e propri monumenti alla follia di paesi ricchi che hanno soldi da buttare. Ripetiamolo: non è più tempo per questi circhi, oggi si viaggia, si comunica velocemente ed esiste una miriade di fiere specialistiche in tutto il mondo.

 

Non serve a nulla concentrare in un posto dei capannoni dove si raccoglie di tutto e perciò nulla di preciso e sarebbe ora di smetterla con queste esposizioni che servono solo ad alimentare il priapismo di uomini politici, di architetti e sedicenti esperti di alimentazione.

 

 

Angelo Paratico

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